Mashable ha recentemente segnalato una ricerca di eMarketer.com sul rapporto tra i dirigenti d’impresa americani e l’utilizzo dei social media sul posto di lavoro. Su 438 partecipanti, appartenenti alle aree del marketing, delle risorse umane e del management, ben l’81% ha affermato di considerare i social media come strumenti utili sia per il brand-building che per il miglioramento delle relazioni con i clienti. Altri ambiti segnalati per l’utilizzo dei social media sono il recruitment (70%), lo sviluppo di servizi rivolti ai clienti (64%) e il miglioramento del morale dei dipendenti (46%).
Alla domanda sul modo in cui i dirigenti utilizzano in prima persona i social media, la gran parte dei partecipanti (82%) ha affermato di usarli come strumento per il brand-building e per la costruzione di un network di contatti professionali (60%), motivazioni seguite da altre meno popolari come il customer service, la condivisione di informazioni sui progetti e il monitoraggio dei competitor.
Nonostante questi dati incoraggianti, molti dirigenti hanno ancora dubbi e incertezze riguardo l’utilizzo dei social media sul posto di lavoro. Il 51% di quelli che non li utilizzano ha motivato questo comportamento con la scarsa conoscenza di questo tipo di strumenti. Il 40% afferma di preoccuparsi circa gli aspetti di sicurezza e privacy delle informazioni, mentre il 37% vede come minaccia principale il calo della produttività dei dipendenti.

Interessante questo dato: solo il 14% dei dirigenti che non utilizzano attualmente i social media sul posto di lavoro stanno programmando una futura implementazione di questi strumenti. Questo dato richiama uno studio condotto a febbraio da Sophos, secondo il quale circa il 60% delle aziende hanno bloccato l’accesso ai social network da parte dei dipendenti.
Putroppo la ricerca di emarketer.com non mette in evidenza la percentuale di dirigenti che utilizzano i social media in contrapposizione a quelli che non li usano, ma riesce comunque a dare una panoramica sulle principali motivazioni che sono alla base dell’adozione (o del rifiuto) di questi strumenti sul posto di lavoro.
Fonte della foto: http://www.emarketer.com
17 September 2009 - 3:02 am
Questo argomento tocca molto le aziende che, come noi, promuovono un tool applicativo che utilizza le potenzialità di un social network per implementare l’organizzazione professionale e collaborativa all’interno di un gruppo di lavoro. Abbiamo scritto un post ironico sull’argomento
http://synistema.blogspot.com/2009/09/se-non-ti-piacciono-le-applicazioni-non.html
dimmi cosa ne pensi…
17 September 2009 - 4:35 am
“…*implementare* l’organizzazione professionale…”? esattamente cosa significa?
17 September 2009 - 5:48 am
C’è qualcuno che ha fatto ricerche del genere in Italia? E se non c’è, come mai?
18 September 2009 - 3:58 am
Probabilmente in Italia non c’è ancora un interesse tale da portare a svolgere delle ricerche a riguardo. Ahinoi.
18 September 2009 - 1:06 pm
Nicola,
la mia era una domanda, diciamo così, retorica.
Chiaramente ricerche del genere non si fanno per hobby, tantomeno per puro interesse scientifico.
Si fanno per soldi. Chi le fa pensa di guadagnarci (sia chiaro, guadagno legittimo e meritato), magari vendendo il dettaglio dei risultati di queste ricerche presentate solo per sommi capi, oppure usando le ricerche stesse per propagandare la vendita della propria consulenza alle aziende.
In effetti come dici tu l’interesse a spendere soldi per fare ricerche del genere in Italia manca. Questo vuol dire che chi le fa (gente che ha davvero il polso della situazione) si rende conto che in Italia (l’unico paese del mondo in cui l’uso di internet receda), non solo non c’è interesse, ma non ne varrebbe la pena. Sarebbero soldi buttati.
In effetti è come se fosse anche questo il risultato di una ricerca, no?
Di questo dovremmo prendere atto. L’Italia, salvo fluttuazioni statistiche irrilevanti, è un paese retrogrado, contrario all’innovazione, al ricambio, alla cultura, aziendale, tecnologica o umanistica che sia.
Un paese per nulla creativo nonostante piaccia tanto ad alcuni ripeterselo tra di loro (magari illudendosi che all’estero qualcuno ancora ci creda), come se la creatività (leggi: inventarsi qualcosa per sfangarla ogni volta, oppure applicare il nome di uno stilista di grido ad uno straccio prodotto chissà dove per rivenderlo a centinaia di euro) possa sostituire la preparazione, l’impegno e il coraggio.
E quindi: cosa succederà nei prossimi anni ad un paese del genere e alle sue aziende, se non si decide a cambiare?
Di questo dovremmo discutere. Cosa succederà se non innoviamo. Anzi, cosa sta succedendo, da decenni ormai. Di come mai in Finlandia c’è la Nokia e da noi i furbetti del quartierino. Di come mai, pur essendo noi nel G8, non ci sia alcuna università italiana tra le prime cento del mondo.
E innovare, mi spiace, ma significa mandare a casa chi dirige e sostituirlo con qualcun altro. Siamo in grado di dirlo? Siamo in grado di dimostrare che davvero servirebbe a qualcosa? I media sociali potrebbero aiutarci in questa impresa?
Ok, forse l’ho presa un po’ alla larga. Tornando allo specifico della ricerca: un rapporto di odio-amore tra dirigenti e blog? Uso dei media sociali in azienda?
Ma se i dirigenti italiani manco sanno cosa sono e a che servono i blog. Ma se l’unica cosa che sanno fare è al massimo dire al “tecnico” del “ced” di fare in modo che i dipendenti non usino facebook. Guarda cosa tocca a sentire da uno che ha pure insegnato in un’unversità come Brunetta.
Questi sono i temi che mi aspetterei di vedere trattati quando in Italia si parla di media sociali, non dire che tizio ha detto che caio ha letto sul sito di sempronio che qualcuno in un paese lontano tanto geograficamente quanto sociologicamente ha fatto una ricerca non del tutto disinteressata accademicamente.
Sbaglierò, ma finché diffonderemo notizie di seconda mano su quanto siano brillanti le potenzialità nei paesi più avanzati e non chiameremo col suo nome la situazione che c’è nel nostro, di Paese (arretratezza, rozzezza, ignoranza, paura, tirchieria materiale, pigrizia mentale), per quieto vivere e timore di offendere i poteziali “clienti” e cioè le aziende, temo che ci parleremo addosso e basta, oppure parleremo ad un mercato non di avanguardia, ma semplicemente di nicchia.