Se non puoi batterli fatteli amici: la rete inglese Channel 4 è l’ultimo canale televisivo approdato su YouTube per aumentare la sua audience. E cresce la lista degli accordi con le major cinematografiche e discografiche: Warner Bros, Walt Disney, Cbs, Metro-Goldwyn-Mayer (Mgm), Sony Pictures. Più che protestare per i filmati caricati dagli utenti (e falliti i tentativi per lanciare alternative da parte delle singole multinazionali), hanno accettato la strada del revenue sharing con YouTube (acquistato da Google nel 2007 per 1,65 miliardi di dollari: Eric Schmidt ha dichiarato che lo avevano stimato tra i 600 e i 700 milioni di dollari prima dell’acquisizione).
Da tempo, poi, sono aperte le trattative con Viacom, media company degli Stati Uniti: due anni fa ha citato in giudizio YouTube per un miliardo di dollari, sollevando la questione della violazione del copyright tra i filmati caricati sul sito di videosharing. Ma l’esito della sentenza non è scontato: tre mesi fa un altro sito per la condivisione di video online, Veoh, ha vinto una causa intentata da Universal music group perché i suoi utenti avevano pubblicato video protetti da copyright. Secondo il giudice federale della California, però, Veoh avrebbe rispettato il Digital millennium copyright act e non sarebbe responsabile per le infrazioni del copyright dei suoi utenti.
Secondo Google, YouTube distribuisce ogni mese un miliardo di video sul suo portale e su differenti piattaforme (soprattutto blog e social network). Ma non genera profitti. Eppure ha dimostrato la capacità di marketing virale delle clip, come nel caso di Forever: è il video di un matrimonio che diventa un musical e la colonna sonora scelta è, appunto, il brano Forever di Chris Brown. E’ stato visto finora 29 milioni di volte ed ha un collegamento con Amazon e iTunes, il negozio musicale di Apple: la canzone ha scalato le classifiche fino a raggiungere la terza posizione su entrambi i siti. E la prossima frontiera è la diffusione su cellulari e iPhone.
Ma YouTube non è solo. Il francese Dailymotion ha ricevuto finanziamenti per 17 milioni di euro (25 milioni di dollari): il principale investitore è il governo di Parigi con Fsi (France strategic investment) che ha garantito 7,5 milioni di dollari sostenendo che il sito di videosharing sarebbe sulla soglia della profittabilità. Finora, ha ottenuto complessivamente 90 milioni di dollari. Dailymotion è utilizzato soprattutto in Europa: a differenza di YouTube non punta a un pubblico generalista, ma a contenuti di nicchia. Sono 60 milioni gli utenti complessivi. Il suo fondatore, Mark Zaleski, ha deciso di insistere sul videosharing: è tra i finanziatori di una startup inglese, Shutl, che dovrebbe arrivare online entro l’anno.
Altro protagonista della partita è Hulu: accessibile unicamente negli Stati Uniti, permette di vedere show televisivi e fiction gratuitamente, supportato dalla pubblicità. Ma la sua strategia sta per cambiare: Chase Carey, deputy chairman di News Corp, ha annunciato che dall’anno prossimo alcuni contenuti saranno a pagamento. Il videosharing si conferma un settore caldo in Cina, dove gli spettatori di video online sono 160 milioni, e possono sfruttare, soprattutto nelle grandi città, le infrastrutture in banda larga e costi bassi per le connessioni. Da distributori di contenuti, i portali per la condivisione di filmati hanno scelto di fare un passo in avanti, diventando produttori: Tudou investirà 14 milioni di dollari per finanziare serie televisive e applicazioni, anche in collaborazione con Nokia.