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Stati Uniti: emanata la direttiva “Open government”

Trasparenza, partecipazione, collaborazione: sono tre principi che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva dichiarato di voler perseguire durante il suo mandato. E ieri, con la direttiva “Open government”, continua sulla sua strada. Un percorso che ha nel web uno spazio pubblico decisivo. Già a pochi mesi dal suo insediamento ha ridisegnato il sito della Casa Bianca: per la prima volta i materiali pubblicati sono stati condivisi con le licenze creative commons (che stabiliscono differenti livelli di diritto d’autore): video, fotografie e testi di Obama possono essere citati da blogger e condivisi nei social network senza alcuna preoccupazione di violare il copyright. Ma i primi segnali evidenti della svolta sono stati gli spazi online per monitorare la trasparenza della pubblica amministrazione: Recovery.gov consente di vedere la destinazione dei fondi del pacchetto di interventi deciso da Washington per sostenere l’economia nazionale (e i dati sono diventati sempre più specifici con il passare dei mesi, anche se non arrivano a mostrare in dettaglio le spese finali per zona). La spesa pubblica viene tracciata con Transaprency.gov: sebbene si tratti di dati “grezzi”, rappresenta comunque un passo avanti per l’accesso del pubblico alle informazioni. Data.gov, invece, raccoglie liste di dati forniti da differenti agenzie degli Stati Uniti.
Adesso Obama ha premuto sull’acceleratore con la “Open government directive”: un documento che indica come giungere alla trasparenza online per ogni agenzia nazionale (che, spesso, ha l’equivalente italiano in un’authority). Quali sono gli obiettivi? Ogni istituzione deve “proattivamente” pubblicare le informazioni online, senza aspettare le richieste del cittadino. E i tempi per farlo sono stretti: 45 giorni per rendere disponibili almeno tre liste di dati e 60 giorni per aprire un portale che faciliti l’accesso alle informazioni.
Il secondo obiettivo da raggiungere è l’istituzionalizzazione di una cultura dell’Open government. Secondo la direttiva, sarà possibile attraverso una relazione, predisposta da ogni agenzia, che misuri i traguardi raggiunti. Quanto tempo è necessario per redigere il piano biennale? Centoventi giorni. Inoltre, i progressi saranno monitorati direttamente dalla Casa Bianca attraverso un gruppo standard di indicatori. In particolare, la direttiva richiede la designazione di una persona che sia responsabile per il controllo della qualità dei dati e delle spese (qui il documento integrale).
Da parte delle associazioni non profit che chiedono maggiore trasparenza è arrivato un applauso per la “Open government directory”. In particolare, la Sunlight Foundation da tempo progetta iniziative per monitorare dall’esterno l’attività di Washington. Come, per esempio, la banca dati Fara: mostra i finanziamenti arrivati dall’estero a politici della Casa Bianca. Uno strumento che può contribuire a comprendere le scelte del Congresso degli Stati Uniti. Ma, di recente, sono stati sottolineati i limiti di questo approccio: a farlo è stato Larry Lessig, cofondatore del movimento Creative Commons e docente della Harward Law School: in un articolo apparso su New Republic, Against transparency, ha evidenziato i rischi di una sovraesposizione di dati economici che riguardano le scelte politiche. Il pericolo denunciato da Lessig è che si riduca il senso dell’intera attività parlamentare ai finanziamenti ricevuti da partiti o singoli esponenti del ceto amministrativo. Accrescendo la sfiducia tra i cittadini che, quindi, si interesserebbero di meno alla politica. Innescando, così, un circolo vizioso.

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