
Martedì scorso alle 16.53 un terremoto di magnitudo 7 colpisce Haiti: l’epicentro è a 15 chilometri dalla capitale, Port au Prince. Da subito è evidente che il sisma è stato devastante. Dall’isola alcune tra le prime immagini arrivano attraverso twitter (con il terremoto nel Sichuan in Cina, invece, è stato YouTube la prima finestra online sui danni locali). In poche ore su twitter si riversa un’ondata di messaggi che riguardano Haiti: segnalazioni di risorse utili (notizie, fotografie, video), appelli per le donazioni attraverso sms (l’uso del microblog dal cellulare è molto diffuso negli Stati Uniti, a poche centinaia di chilometri da Haiti). É una quantità enorme di informazioni che scorrono sullo schermo.
Ma in poche ore la situazione cambia. Si attivano filtri online, spontanei o coordinati. Alcune persone iniziano a raccontare le conseguenze sul territorio e fanno da cassa di risonanza per le segnalazioni ufficiali (come i numeri delle ambasciate per avere informazioni): per esempio, Troy Livesay su twitter. E come lui altri volontari diventano testimoni in diretta del dramma, raccontando al pubblico online cosa sta succedendo. Entrano in campo, poi, team internazionali per organizzare le informazioni sui social media disperse in spazi diversi, come Flickr (fotografie), YouTube (video) e i quotidiani online (aggregatori di news). Anche la Reuters pubblica una pagina con gli aggiornamenti in diretta dal web: l’agenzia di stampa precisa, però, che i contenuti “non sono verificati”.
Le notizie arrivano prima da internet, sono tante e raggiungono direttamente il pubblico (per esempio, attraverso appelli e segnalazioni di amici con email e social network). Il gruppo Ushahidi predispone una mappa: è una squadra internazionale di sviluppatori software che ha già anni di esperienza. Questa volta, però, fanno un passo in più: condividono online anche i documenti da integrare sulla loro piattaforma. Basta aprire una pagina e contribuire con segnalazioni: una nuova dimensione del crowdsourcing per coordinare chiunque abbia tempo da impiegare per cercare risorse online (finora, invece, i contributi erano raccolti prevalentemente da fonti sul campo). E ancora: la Casa Bianca pubblica un post sul suo blog indicando due destinazioni affidabili per inviare donazioni (perché gli sciacalli, nel frattempo, non si sono fatti attendere). Un’ampia lista delle risorse disponibili è stata pubblicata da Mark Glaser sul blog Media Shift: alcuni quotidiani (come il New York Times) hanno pubblicato un elenco di utenti twitter da seguire, Google ha allestito una pagina per l’emergenza, le ong hanno costruito su Facebook pagine tematiche.
(photo credits: Haiti Ushahidi)