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Community per la coinnovazione: la ricchezza di internet

Creative commons
Il Nesta, l’agenzia britannica per l’innovazione, da tempo esplora le opportunità economiche derivanti dalla condivisione di conoscenza attraverso internet. Come nel caso delle licenze creative commons: sono licenze che stabiliscono differenti livelli di copyright. Dal momento della loro introduzione, nel 2002, sono diventate un punto di riferimento per la diffusione delle opere creative. Musica, libri, saggi, ricerche scientifiche, video. Generando discussioni sul web e remix (spesso amatoriali) dei contenuti. E’ una ricchezza di conoscenza che attraverso Internet è diventata patrimonio comune. E ha gettato le basi per nuovi modelli di business. Nel sito Openbusiness il Nesta offre un lungo elenco di aziende e istituzioni che hanno scommesso sull’ibridazione tra servizi gratuiti e a pagamento. A partire dal crowdsourcing, l’apertura di un processo alla collaborazione con il pubblico di internet: per finanziare un’iniziativa, ricevere idee o cooperare con talenti. E’ una definizione proposta per la prima volta dal giornalista Jeff Howe. Crowdspring, per esempio, è una piattaforma per le gare: piccole e medie imprese chiedono ai designer un logo, un marchio o progetti grafici più complessi. Gli utenti mostrano le loro proposte attraverso una competizione. Poi l’impresa sceglie l’offerta più interessante e versa il premio al vincitore. E’ uno spazio globale: le richieste arrivano da aziende in ogni nazione. Crowdspring diventa, così, un punto d’incontro e una vetrina per designer indipendenti. La catena Starbucks, invece, coinvolge il suo pubblico chiedendo idee attraverso il web: le proposte vengono discusse dalla comunità e poi selezionate. Starbucks ne ha scelte alcune e le sta applicando (nella sezione “ideas in action”). E’ famoso il caso di Threadless: attraverso il sito web, ogni persona può sottoporre alla community un disegno per la sua t-shirt. I più votati vengono stampati e possono essere inviati a casa attraverso la posta. Il successo è stato rapido.
Ma l’innovazione a partire dalla condivisione di idee è legata anche all’evoluzione dell’hardware. A New York una designer, Limor Fried, ha lanciato la sua startup Adafruit: l’obiettivo è di pubblicare gli schemi tecnici di dispositivi hardware molto semplici (per esempio, le installazioni luminose con led) e di fornire gli elementi per fabbricarli (insieme al kit di attrezzi). Tra i componenti più richiesti, c’è la scheda elettronica di Arduino, fabbricata a Ivrea. Adafruit accetta i consigli degli utenti per adattare i suoi prodotti. E’ la tendenza dell’open source hardware: lo sviluppo tecnologico avviene con il supporto della community. Nel lungo elenco di Nesta non mancano i negozi di applicazioni software per i cellulari, disponibili senza costi oppure a pagamento. La ricchezza di queste piattaforme tecnologiche è alimentata dalla coinnovazione: la collaborazione tra le multinazionali, gli sviluppatori indipendenti e gli utenti per l’evoluzione dei prodotti. Dove le multinazionali (come Apple, Nokia, Microsoft) hanno definito la piattaforma e le regole d’interazione, i programmatori forniscono i software e gli utenti selezionano le proposte più interessanti, segnalando possibili miglioramenti in modo diretto (con commenti) o indiretto (attraverso, per esempio, la frequenza d’uso di alcune funzioni).

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