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Shareable, il decalogo della condivisione

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Città, spazi digitali, relazioni sociali: sono piattaforme per la condivisione di idee, valori, beni. E’ la prospettiva di “Shareable”, un decalogo di Neal Gorenflo. Che rivela affinità non banali fra attività apparentemente lontane. L’innovazione sostenibile, sociale e ambientale, diventa il denominatore comune. Amplificata dalle community online. Condivisione come stile di vita è il primo punto: Gorenflo ricorda soprattutto i servizi per gestire l’utilizzo privato di mezzi di trasporto in città (come il carsharing e il bikesharing). Ma è una categoria che può essere ampliata molto: basti pensare a un’esperienza diffusa in molte città italiane come le banche del tempo, dove le persone scambiano gratuitamente ore di esperienze con gli altri “correntisti”. La “città condivisa“, invece, riguarda gli spazi pubblici. Nei centri urbani europei (e anche in Italia), per esempio, sono in crescita i progetti di giardini verticali (vertical farming), strutture che permettono di coltivare orti locali tra i palazzi: attivano meccanismi di scambio e solidarietà tra i vicini, riducendo indirettamente le emissioni di anidride carbonica (perché, per esempio, diminuiscono i viaggi lunghi per acquistare frutta e verdura). Sulle imprese sociali e non profit Gorenflo ricorda alcune statistiche interessanti: il mercato “equo e solidale” ha raggiunto in tre anni 4 miliardi di dollari. Anzi, Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute, dedica un capitolo del suo ultimo libro (”Il bene comune”) all’intersezione tra venture capitalism e organizzazioni non profit: Bill Gates, fondatore di Microsoft, è stato tra i precursori con la sua fondazione umanitaria, finanziando progetti nei paesi in via di sviluppo per la sanità e le energie rinnovabili. Il punto successivo del decalogo è la microfinanza: lanciata dal premio nobel per l’economia Muhammad Yunus in Bangladesh, ha puntato sui villaggi rurali e sulle donne (più affidabili degli uomini nel ripagare i debiti). Un’idea che Kiva ha applicato con successo su internet: è una community che finanzia imprenditori nei paesi emergenti con piccole somme di denaro, ripartite tra donatori e prestatori. Internet, ricorda Gorenflo, è una piattaforma di condivisione, amplificata dalla cultura open source: il valore generato dall’economia online (solo negli Stati Uniti) è di 1,4 trilioni di dollari. Ma la spinta all’apertura (open way) ha investito molti aspetti della vita quotidiana: a partire dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, sempre più istituzioni pubbliche scelgono di condividere i loro dati. Per Tim Berners Lee, inventore del world wide web, il 2010 sarà l’anno di “open data”: enormi quantità di informazioni diventano accessibili al pubblico attraverso internet. Social network, blog e wiki amplificano l’abitudine di condivisione, sviluppando una circolarità tra ambienti digitali e non, all’interno di cerchie sociali sempre più estese. Facebook e twitter sono luoghi per le discussioni e la circolazione delle idee. Ultimo punto del decalogo è la “Generazione y“: giovani che sono tra i principali protagonisti della crescita di internet e del suo valore.

(photo credits: aussiegall by flickr)

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