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Google sotto scacco per il “Wifi-gate”

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Cresce l’attenzione delle authority internazionali per il “Wifi-gate”: trenta Stati negli Usa valutano se fare causa a Google. E riaprono una discussione sui perimetri della privacy. È stata la Germania a commissionare un audit sul software delle Googlecar, le automobili utilizzate dal colosso di Mountain View per scattare immagini delle strade: le fotografie ricostruiscono il panorama a partire dalle mappe online del servizio Street View (qui il pdf della relazione). In passato anche la Germania aveva espresso perplessità sul servizio: alcuni cittadini erano stati fotografati in strada. L’analisi del software (chiamato “gstumbler”) ha dimostrato che è progettato per rilevare i dati trasmessi da reti wifi non protette da password. L’automobile, quindi, ha attraversato i centri urbani e potrebbe aver catturato frammenti di email o altre comunicazioni online nelle strade. E il primo passo del “Wifi-gate” che in pochi giorni ha stravolto gli orari dell’ufficio legale di Google. Finora hanno dichiarato interesse ad approfondire l’operato di Mountain View le authority di Australia, Nuova Zelanda, Spagna, Italia, Germania.
Ma negli Stati Uniti la questione si estende a macchia d’olio. Associazioni di consumatori e privati cittadini hanno fatto ricorso ai tribunali locali: la Googlecar sarebbe stata in grado di rilavare le comunicazioni sulle wifi domestiche durante il suo passaggio. Anche i singoli Stati valutano come procedere. Nelle ultime settimane Google ha ammesso le falle nel suo sistema di controllo interno: sotto la lente è finito l’operato dell’ingegnere che ha progettato il software “gstumbler”. La società di Mountain View ha aperto discussioni con le authority nazionali. L’ultima mossa è una lettera inviata alla Casa Bianca per chiarire la sua posizione (qui il documento in pdf). Scrive Google: “Da poco abbiamo compreso di aver incluso per errore un codice nel nostro software che raccoglie campioni di ‘payload data’ – informazioni inviate attraverso i network – da reti aperte (non cifrate)…è possibile che tali informazioni possano aver incluso dati personali se un utente al momento della raccolta le ha inviate, ma non abbiamo condotto un’analisi dei ‘payload data’ in un modo da sapere esattamente che cosa è stato raccolto…i ‘payload data” non sono stati mai utilizzati in alcun prodotto o servizio di Google”.
A riportare la privacy sotto i riflettori è stato per primo Facebook. Il suo fondatore, Mark Zuckerberg, ha ridotto il controllo degli utenti sui dati personali, senza una discussione con gli iscritti del social network. Una scelta che ha portato a un’incisiva campagna di protesta online. Tanto da ridefinire gli assetti per la privacy di Facebook: gli utenti hanno adesso un pannello per la gestione dei dati personali semplificato. A catena, però, il dibattito sulla riservatezza si è esteso ad altri giganti del web. Come Google. Alimentando la crescita di consapevolezza degli utenti.

(photo credits: Rojer by flickr)

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